| Eccoci, dopo quasi tre anni ad approfondire
l'argomento Tmax sulle pagine di CyberScooter. L'occasione
è arrivata grazie alla disponibilità di
Belgarda che ce ne ha finalmente fornito un esemplare
(modello 2002) per eseguire i consueti test. In questi
anni non siamo comunque stati con le mani in mano e, vista
l'appetibilità del modello, ce ne siamo procurato
uno (mod.2001) a nostre spese, con il quale abbiamo appena
superato il traguardo dei 20.000km.
L'articolata prova potrà quindi contare su un'esperienza
davvero approfondita, oltre, come sempre, a numerosi e
differenti punti di vista.
Dal suo debutto ad oggi Tmax ha trasformato un formula
inedita, e per alcuni azzardata, in un grosso successo
commerciale che non accenna a calare: 5°
due ruote più venduto nel 2001 e 4°
nel 2002 ad un soffio dalla Honda Hornet 600, e superando
uno degli scooter più graditi di tutti i tempi,
il fratellino Majesty 250.
Una formula inedita dicevamo: quel trait d'union fra moto
e scooter di cui si è fatto un gran discutere,
ma che nessuno aveva avuto il coraggio di proporre in
modo così radicale. Tanto radicale che Yamaha ha
deciso d'inserire il Tmax nel proprio catalogo 'moto',
e forse non a sproposito.
Senza voler scatenare diatribe filosofiche su cos'è
uno scooter e cos'è una moto (argomento virtualmente
infinito...) e analizzando freddamente le caratteristiche
del Tmax, conveniamo che il suo DNA è sicuramente
più vicino a quello di una moto classica che a
quello di uno scooter tradizionale.
Motore bicilindrico centrale solidale al telaio, forcella
anteriore a doppia piastra, frizione in bagno d'olio,
trasmissione finale a catena, distribuzione dei pesi 47%
ant e 53% post. sono caratteristiche tipicamente motociclistiche.
Ruote da 14 pollici, carenatura protettiva integrale,
spazio sottosella e generoso sellone sono invece caratteristiche
degli scooter moderni che contribuiscono a farne un veicolo
adatto ad un utilizzo a 360° e al tempo stesso 'cool'.
Queste considerazioni, che nel 2000 erano a tuttotondo
per il solo Tmax, possono essere estese anche agli altri
'scooter' bicilindrici giapponesi, pur se ognuno con personalità
ben definita.
Yamaha è infatti l'unica azienda che ha voluto
spingersi a parlare di guida sportiva, senza particolare
timore reverenziale nei confronti delle moto, di tipo
turistico beninteso, tanto che potremmo far rientrare
il bicilindrico di Iwata nella categoria Sport Tourer.
LINEA
Evidente l'impronta sportiveggiante che lo stacca dalle
tradizionali linee opulente dei 'mega scooter'. In particolare
il retrotreno filante e leggero con la bella marmitta
protesa verso l'alto hanno ben poco a che spartire con
gli scooter concorrenti.
La vista posteriore con la possente gomma in bell'evidenza,
può farlo scambiare per una moto sportiva, suggerendone
le performance dinamiche.
Più tradizionale il frontale, ampio e protettivo
con il 'classico' doppio faro e le frecce inglobate nella
carrozzeria.
Sempre alla ricerca di un richiamo motociclistico, troviamo
uno dei pochi elementi 'discutibili', nella vista laterale:
quell'arco che simula un telaio in alluminio, con funzione
puramente estetica.
Le ruote verniciate in nero ed il parafango quasi assorbito
dalla carenatura proseguono lo stile sportivo, mentre
gli specchi retrovisori risultano forse un po' sporgenti.
La sella abbandona la diffusa soluzione a due piani per
tenere pilota e passeggero sullo stesso piano, senza rinunciare
ad un accenno di schienale, regolabile, per il pilota.
Le plastiche e gli accoppiamenti sono solidi e di buona
qualità. Anche le finiture, pur senza particolari
raffinatezze, sono adeguate. Alcuni dettagli però,
come lo sportellino nel retroscudo o le pedane del passeggero,
piuttosto dimesse, meriterebbero maggiore cura. Bello
il maniglione del passeggero.
STRUMENTAZIONE
Al di là del fondo bianco degli strumenti che 'fa
racing', il cruscotto è l'elemento che più
lascia a boccasciutta gli appassionati di fede scooterista,
abituati ad allestimenti più sontuosi e variegati.
L'essenziale c'è tutto beninteso, con tachimetro,
contachilometri digitale, un parziale, temperatura liquido
raffreddamento, livello carburante, oltre alle spie frecce,
pressione olio, abbaglianti e sostituzione cinghia di
trasmissione. C'è poi un minuscolo orologio digitale,
ma mancano: l'utilissima spia della riserva, dell'alimentatore
ed un piccolo computer digitale multifunzione, oltre,
vista l'indole del mezzo, ad un coreografico contagiri.
COMANDI
Bizzarria delle economie di scala, sono gli stessi del
Suzuki Burgman 400, comodi ed intuitivi all'uso, ma anche
in questo caso, vista l'esclusività del veicolo,
si richiederebbe un piccolo sforzo in più alla
Casa dei tre diapason. La versione 2002 guadagna il comando
delle 4 frecce, mentre la 2003 perde quello per accendere
i fari.
Ben conformate e distanziate le leve freno, ognuna affiancata
dal relativo serbatoio liquido freno.
Altra carenza è quella del freno a mano, che su
un mezzo da 200kg, non andrebbe trascurata.
Il blocchetto d'accensione permette l'inserimento del
bloccasterzo e l'apertura della sella, ma richiede sempre
di spegnare prima il motore. Il meccanismo di sgancio
della sella aveva qualche incertezza nel modello 2001,
risolto nella versione 2002.
Il tappo del serbatoio è protetto da uno sportello
in punta di sella e consente di effettuare il rifornimento
rimanendo comodamente seduti.
Gli specchi retrovisori sono un po' sporgenti e voluminosi,
pur non offrendo una visuale altrettanto ampia di ciò
che avviene alle nostre spalle, in compenso sono più
alti di quelli delle auto, non ponendo limiti agli inevitabili
slalom nel traffico.
Il cavalletto laterale è a portata di piede, mentre
quello posteriore è piuttosto arretrato, ma entrambi
offrono un saldo appoggio a terra.
Una segnalazione infine per i fanali anteriori: è
un peccato che vengano utilizzati in modo alternato, anabbagliante
e abbagliante, preferiremmo poter utilizzare entrambe
le parabole per illuminare al meglio la strada, e questo
non vale solo per Yamaha, ma per tutti i modelli con configurazione
'strabica', detto questo il potere illuminante è
comunque nella media.
VANI BAGAGLIO
Una coda così slanciata ed una generosa ruota da
14 pollici con ampia possibilità d'escursione,
non potevano per forza di cose lasciare troppo spazio
al sottosella, anche se quello disponibile, di 32
litri dichiarati, è comunque sufficiente
ad ospitare un casco integrale ed il completo impermeabile,
oppure una valigia 24ore, grazie alla forma regolare.
All'interno troviamo la luce di cortesia, ma non la presa
di corrente, disponibile solo come optional e anche piuttosto
caro. Il baule confina posteriormente con il vano batteria
e anteriormente con il serbatoio carburante, obbligati
in questa posizione dal possente motore centrale. Nel
sottosella è anche alloggiato un cavo in acciaio
che, abbinato ad un gancio, permettono di assicurare un
casco, o altro, all'esterno.
Un minuscolo ma profondo vano nel retroscudo completa
gli spazi disponibili, visto che il resto della carenatura
anteriore è occupato dalla voluminosa cassa filtro.
È chiaro che i tecnici giapponesi hanno puntato
molto sulle doti ciclistiche del mezzo, sacrificando un
poco gli spazi a disposizione, che sono comunque più
che dignitosi.
Spazi che possono essere ampliati con portapacchi e bauletto,
originali Yamaha oppure aftermarket, andando inevitabilmente
a compromettere la filante linea del retrotreno, per non
parlare del bilanciamento dei pesi. Altra possibilità
è una borsa da posizionare sul tunnel, ce ne sono
numerosi modelli di varie Aziende, prevalentemente italiane.
Infine le borse laterali, morbide, da montare alla bisogna,
sempre tenendo presente gli ingombri laterali.
CICLISTICA
Fino ad ora abbiamo 'chiacchierato', ma è concentrandosi
sulla ciclistica che s'inizia ad apprezzare davvero il
progetto Tmax.
Il telaio in tubi è
un doppia culla, definito a 'diamante', che alloggia saldamente
il propulsore nella sua zona centrale. Posteriormente
è solo il gruppo trasmissione ad oscillare assieme
alla ruota, con un vero forcellone in alluminio su lato
destro.
I vantaggi di questa soluzione,
rispetto al motore 'classicamente' solidale alla ruota
posteriore, sono evidenti: maggiore rigidità, distribuzione
dei pesi più equilibrata e minori masse gravanti
sulla ruota posteriore, facendo lavorare al meglio la
sospensione posteriore.
A questo proposito, il singolo ammortizzatore
posteriore è montato orizzontalmente sotto al motore
e grazie ad un sistema di leve lavora in estensione anziché
in compressione garantendo alla ruota la rilevante escursione
di 120mm. Stranamente non è regolabile, almeno
in compressione, per adattarlo alle condizioni di guida
e di carico.
Alla sofisticazione del retrotreno corrisponde una tradizionale
forcella anteriore con steli
da 38mm ma, cosa che più conta, dotata di due piastre,
inferiore e superiore come nelle moto, per migliorarne
la solidità. L'escursione, anche in questo caso
è di 120mm, superiore alla media del mondo 'scooter'
e sovrapponibile a quella di una moto moderna.
Le ruote da 14 pollici rappresentano
una scelta intermedia fra maneggevolezza e stabilità,
anche se ciò è determinato dal complesso
rapporto complessivo fra quote ciclistiche, distribuzione
dei pesi etc.
I pneumatici tubeless, Dunlop
o Bridgestone, di grossa sezione rappresentavano un record
nel 2000, e oggi continuano ad offrire ottime garanzie
d'aderenza: misurano 120/70 all'anteriore e 150/70 al
posteriore.
Il reparto freni, per la
'moto' Tmax, non poteva che essere di tipo tradizionale,
con la leva sinistra che comanda il freno posteriore e
quella destra l'anteriore. Una soluzione che accontenterà
i più smaliziati, ma che a nostro avviso dovrebbe
essere accompagnata da una versione ABS, soluzione ormai
diffusa sulle moto sport tourer di pregio e che garantisce
una maggiore sicurezza, indipendentemente dalle capacità
del pilota e dalla sua concentrazione. Al di là
della conformazione integrale o meno, l'importante è
che un impianto sia sufficientemente dimensionato e quello
del Tmax sfoggia un disco anteriore da 282mm con pinza
a doppio pistoncino e un disco posteriore da 267mm con
pinza a singolo pistoncino.
Le quote caratteristiche
della ciclistica sono piuttosto corpose: lunghezza 2.235mm,
larghezza 775, altezza 1.410, altezza sella 795, interasse
1.575, altezza minima da terra 140, avancorsa 95.
Il peso a secco dichiarato
(ottimisticamente) in 197kg, è in assoluto elevato,
ma pur sempre fra i più bassi della sua categoria
e decisamente contenuto se confrontato a moto sport touring.
Il serbatoio carburante contiene
14 litri, un po' pochini se si fa turismo a largo raggio,
visti anche i consumi di cui parleremo nella prossima
pagina.
MOTORE
Un motore specifico per un singolo veicolo è un
'lusso' che pochi Costruttori si possono permettere e
questi in genere hanno gli 'occhi a mandorla'. In questo
caso l'architettura è pressoché inedita
per il modo motociclistico, ma non per il variegato universo
Yamaha: lo spunto arriva infatti da un motore marino della
stessa Casa.
I cilindri sono due per un
totale di 499cc, affiancati e disposti orizzontalmente
paralleli al terreno, una configurazione ideale per abbassare
il baricentro e lasciare spazio al sottosella. Il bicilindrico
parallelo genera però un bel numero di vibrazioni
e i tecnici Yamaha non hanno utilizzato la più
classica soluzione a contralberi, ma una più drastica
che prevede una sorta di terzo pistone
contrapposto che lavora trascinato dall'albero motore,
simulando di fatto il funzionamento di un quattro cilindri
boxer, motore fra i più equilibrati. Altra possibile
controindicazione l'interasse che non può essere
ridottissimo, ma nel caso del Tmax, utile per garantire
stabilità alle alte velocità.
La distribuzione è a quattro
valvole per cilindro, con due
alberi a camme e le misure di alesaggio 66mm e
corsa 73mm, parlano di un propulsore insolitamente a 'corsa
lunga'. Soluzione praticamente abbandonata nel
mondo delle due ruote, sempre alla ricerca di alte potenze
specifiche e conseguentemente di alti regimi di rotazione.
Peccato perché invece questo tipo di motore, e
il Tmax non fa eccezione, garantisce dolcezza di funzionamento
e corposa erogazione ai bassi e medi regimi, proprio quelli
maggiormente utilizzati in ambito stradale.
Il raffreddamento è
ad acqua ed il radiatore è posto subito dietro
alla ruota anteriore. Ad alimentare la parte termica di
benzina verde provvedono due carburatori
Mikuni a depressione.
In parte inedito anche il reparto
trasmissione che prevede una vera e propria frizione
multidisco in bagno d'olio. Il gruppo variatore,
che utilizza le classiche massette e cinghia, è
ben dimensionato e ampiamente raffreddato da aria pulita
grazie all'utilizzo di due filtri in carta. Ma il moto
vero e proprio è trasferito alla ruota posteriore
attraverso un'inedita doppia catena
in bagno d'olio, alloggiata nel braccio sinistro del 'forcellone'.
Le caratteristiche di potenza dichiarate erano al top
all'atto della presentazione nel 2000, poi superate da
unità di cilindrata superiore, anche se rimangono
di tutto rispetto: potenza massima 29,4
kW a 7000 giri e coppia 45,8
Nm a 5500 giri.
In conclusione si tratta di un propulsore piuttosto sofisticato
e complesso, con un certo assorbimento di potenza, che
prevede comunque interventi di manutenzione
non troppo frequenti: cambio olio ogni 5.000 km, cambio
cinghia ogni 20.000 e verifica gioco valvole ogni 40.000.
CONCLUSIONI STATICHE
È stato già scritto, ma la definizione di
'moto travestita da scooter'
è quella che più si addice al Tmax, dopo
aver a lungo indugiato sotto le sue plastiche.
Ci troviamo di fronte a sofisticazioni costruttive sia
a livello ciclistico che di propulsore, utilizzate per
proporre lo stato dell'arte nell'incontro fra scooter
e motocicletta.
Sulla carta, a distanza di tre anni dalla sua presentazione,
qualche concorrente sembra essersi spinto più avanti,
ma al prezzo di pesi e dimensioni ancora maggiori. Sta
alla prova dinamica determinare le performance reali,
nel frattempo non possiamo che confermare il fascino di
questo veicolo innovativo e personale.
Per godere di queste caratteristiche bisogna certo prevedere
un esborso economico non alla portata di tutti, ma il
piacere di utilizzare un mezzo di così pregevole
fattura potrebbe farne valere la pena.
Sempre che non vogliate una 'station wagon travestita
da scooter'...
Testo e foto: Fabrizio
Villa
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