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 · Suzuki BURGMAN AN 650
22/01/03
Megascooter da viaggio o supertourer da città?
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VEDI ANCHE: Anterprima, Descrizione, Test su strada, Impressioni 'Altre', Ritorno allo scooter,

Credo che lo 'Schiapputer' (il nostro tester no limits) abbia trovato il veicolo terrestre con il quale potrà finalmente coronare il suo sogno: andare a Caponord e ritornare in giornata…
I comuni mortali (tutti gli altri moto/scooteristi) si accontenteranno invece di fare un signorilissimo mototurismo.
Lo guardo issato sul cavalletto centrale: è lungo, largo, alto, quanto di più grosso attualmente esista su due ruote con diametro minore a 17”.
Vuole entrare in concorrenza con Honda Silver Wing e con Yamaha T Max, ma credo che l’obiettivo dei tecnici Suzuki sia anche quello di puntare dritto al cuore di quei motociclisti che finora hanno posato le loro esigenti terga su BMW RT o su Honda Pan European.
I motociclisti più conservatori grideranno allo scandalo, argomentando che la moto ha il cambio manuale, mentre lo scooter ce l’ha automatico… Il Burgman ha l’uno e l’altro! Mediante dei tasti posti sul blocchetto sinistro, si può scegliere tra cambio manuale (azionabile a sua volta con due tasti a bilanciere) cambio automatico con taratura drive e automatico con taratura power: con quest’ultima opzione il motore gira più alto di circa 1000 giri e il Burgman 650 sfodera una grinta impressionante, che si rivela molto utile in fase di sorpasso.
Personalmente, dopo aver giocherellato un po’ con il cambio manuale, ho sempre preferito cullarmi nella comodità della gestione automatica standard, utilizzando l’opzione power solo per i sorpassi.
Tutte queste indicazioni sono evidenziate sul completissimo cruscotto, totalmente digitale, che ricorda tanto il mitico Honda CN e che, all’occorrenza, informa sul livello dell’olio motore. Tra l’altro non c’è altro metodo per verificarlo, in quanto il tappo che chiude il foro del rabbocco è privo di astina graduata. Speriamo non si guasti mai la spia… A tal proposito mi preme dire che l’accessibilità meccanica è davvero scarsa: persino la sostituzione delle candele è un’operazione molto difficoltosa; la regolazione del precarico dei due ammortizzatori posteriori è invece molto semplice, potendosi eseguire anche a mani nude senza l’ausilio dell’apposita chiave.
Ottimamente studiata è la gestione degli spazi: il sottosella illuminato contiene comodamente due caschi e altri oggetti contemporaneamente; nel retroscudo sono stati ricavati tre vani piuttosto capienti, di cui uno dotato di serratura; direi che, complessivamente, viene eguagliata la capacità di carico fornita dalle sporgenti e goffe borse laterali della BMW RT.
Le finiture sono buone, ma migliorabili in alcuni particolari: mi riferisco in particolare agli accoppiamenti approssimativi del rivestimento del manubrio e del carter coprimotore in mezzo alla pedana; anche la piastra paracalore sulla marmitta poteva essere realizzata con maggiore cura; dettagli, ma dallo scooter più costoso del mercato si esige il massimo.
Metto in moto ed un borbottio piacevole e sommesso si sprigiona dal propulsore bicilindrico che, in breve tempo, raggiunge la temperatura di esercizio.
Imbocco l’autostrada, vero regno di questo maestoso scooter, che riesce a sfoderare le sue qualità migliori: una protezione aerodinamica di prim’ordine, prestazioni elevate, assenza di vibrazioni (si percepisce qualcosa sull’appoggio lombare della sella solo in fase di accelerazione) e una notevole stabilità, che viene meno solo in prossimità della velocità massima, quando il manubrio comincia ad innescare delle oscillazioni poco gradevoli.
Giunto in città, ecco un’incredibile sorpresa: a Milano, in centro, prima bolgia dantesca a sinistra, secondo girone infernale a destra, ci si muove con discreta agilità: l’ottimale distribuzione dei pesi, il baricentro bassissimo e la ridotta altezza della sella consentono un insospettabile controllo del mezzo.
Il peso si fa sentire invece nelle manovre a motore spento e nel posizionamento sul cavalletto centrale: questo superscooter sembra essere poco indicato per una ragazza snella, ma non credo che gli strateghi del marketing Suzuki pensassero di vendere la propria ammiraglia scooter ad un centauro con le fattezze della Venere di Botticelli.
Anche le dimensioni non sono poi così imbarazzanti nell’uso urbano, a patto di ripiegare gli enormi specchietti laterali in stile BMW (sarà un caso?) che non sono molto funzionali in quanto, posti così in basso, interferiscono con i retrovisori delle auto, non garantiscono una visuale soddisfacente e obbligano ad abbassare troppo lo sguardo, distogliendo la vista dalla strada. In compenso offrono un certo riparo alle mani.
Superfluo dire che in città il poderoso impianto frenante composto da tre dischi svolge più che egregiamente il proprio ruolo, dimostrandosi pronto e modulabile.
Le sospensioni hanno una taratura di compromesso, né troppo morbida né troppo rigida: il pavè cittadino viene digerito comodamente, ma le asperità più accentuate si avvertono parecchio, com’è normale per un mezzo che tocca i 170 Km/h effettivi; le coperture abbondanti mettono al riparo da qualsiasi sorpresa spiacevole quando si affrontano i binari del tram. In queste condizioni, i piccoli sobbalzi che la mano destra fa sulla manopola dell’acceleratore a causa delle asperità del fondo stradale provocano una guida a singhiozzo, dovuta alla potenza esuberante.
I consumi sono lontani da quelli di un monocilindrico, ma sostanzialmente allineati a quelli degli altri due bicilindrici; e comunque, se siete disposti a spendere 8.860 euro, non sarà certo questa la voce a cui darete più importanza.
Insomma, avete capito che se volete acquistare lo scooter più maxi del mercato per guidarlo esclusivamente in città, sarebbe come acquistare un transatlantico per navigare sul lago di Como. Si può, ma è meglio dirigere la prua altrove, verso gli spazi infiniti che questo incrociatore su due ruote vi permetterà di affrontare nel massimo comfort.

Testo by: Fabio Scotti

Foto by: Cristian

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