| IN MEDIO STAT VIRTUS
UN PO’ DI STORIA
Il primo vero maxiscooter degno di questo appellativo
ha un nome: Suzuki
Burgman 400. Correva l’anno 1998 e, fino
ad allora, maxiscooter era sinonimo di 250 cc: troppo
poco per chi aveva sempre guidato moto e magari progettava
vacanze su due ruote.
Suzuki allora si rese conto che si poteva osare qualcosa
di più e, pochi mesi dopo la commercializzazione
del suo primo scooter 250, caratterizzato da dimensioni
abbondanti e da una ciclistica sovradimensionata (forcella
di ben 41 mm), ne presentò una versione di 400
cc.
Per la prima volta con uno scooter era possibile mantenere
medie autostradali motociclistiche, mentre un numero sempre
maggiore di mototuristi incalliti si convertiva alla comodità
del cambio automatico.
La strada verso l’aumento di cilindrate era tracciata
e la gara era aperta.
A distanza di anni, Suzuki ha nuovamente stabilito il
primato di cilindrata con il bicilindrico
650, ma non ha dimenticato di rinnovare da cima
a fondo il suo fortunato best seller di sempre: il 400.
ESTETICA E FINITURE
Il vecchio Burgman vi sembrava troppo sproporzionato nella
parte posteriore a discapito della zona anteriore? Il
modello 2003 ha una linea molto filante, con la parte
anteriore piacevolmente massiccia ma snella e con il codone
proteso verso l’alto, esprimendo eleganza e, nel
contempo, sportività.
A mio parere, il risultato estetico è molto riuscito
e, nel complesso, il Burgman 400 mi sembra più
gradevole ed aggraziato del 650.
Le finiture sono quasi perfette: plastiche di alta qualità
e accoppiamenti impeccabili si accompagnano a una componentistica
presa pari pari dalle granturismo della casa: tanto per
fare un esempio, i blocchetti elettrici, le manopole e
gli specchietti sono identici agli elementi montati sulla
Bandit 1200.
Tutto trasmette una sensazione di grande qualità
e solidità: il cassetto anteriore e la sella si
aprono e si chiudono con precisione e senza sforzo; i
cerchi in lega, oltre ad essere bellissimi (ricordano
quelli delle Ferrari), sono verniciati con grande cura
e presentano una superficie molto robusta.
Le imperfezioni sono percepibili soltanto quando si percorrono
strade dissestate, perché dallo scudo anteriore
provengono lievi cigolii: probabilmente, sarebbe sufficiente
diminuire il gioco alla batteria, alloggiata nella parte
destra dello scudo.
La strumentazione è leggibile, completa e di grande
impatto estetico, tanto che ricorda quella delle BMW a
quattro ruote; comprende due contachilometri parziali
digitali, ma è priva della spia benzina; sull’esemplare
provato era impossibile regolare l’orologio; d’altronde,
i difetti di funzionamento delle strumentazioni gestite
elettronicamente sono un inconveniente piuttosto diffuso.
IN CITTA’
Burgman significa “uomo di città” e,
pertanto, il 400 non può deludere sotto questo
aspetto. Non possiamo certamente pretendere di svicolare
tra le auto come su un cinquantino, ma l’agilità
rimane davvero elevata. La notevole lunghezza è
mitigata dalla larghezza limitata, dal baricentro rasoterra
e dalla sella bassa, che consente ai più di poggiare
saldamente entrambi i piedi a terra: un grande elemento
di sicurezza in città, dove è normale mettere
i piedi su fondi scivolosi ed indossare scarpe con suole
altrettanto scivolose.
Gli specchietti, oltre che belli e ben rifiniti, sono
molto funzionali: grandi ed ergonomici, sono posizionati
in alto e non interferiscono mai con i retrovisori delle
auto.
La larghezza non eccessiva, oltre a facilitare i movimenti
tra le colonne di automobili, consente anche di parcheggiare
lo scooter radente ai muri delle abitazioni, laddove è
possibile farlo senza ostacolare il transito dei pedoni.
Inutile invece pretendere di rispettare la lunghezza dei
parcheggi destinati alle moto: questo lungo scooter deborderà
sempre.
I freni sono molto modulabili e dotati del sistema di
frenata integrale, che evita scompensi di assetto e limita
al massimo gli episodi di bloccaggio.
Le sospensioni riescono a filtrare bene le asperità
di una metropoli come Milano, anche se quella posteriore
si mostra un po’ rigida, rivelando i limiti legati
alla soluzione del motore oscillante, comune a tutti i
monocilindrici.
La cubatura del propulsore consente partenze al semaforo
vigorose, degne di un’enduro di media cilindrata,
tanto che accelerando bruscamente in curva sul porfido
non è difficile provocare delle piccole derapate:
ricordatevi che il motore, pur avendo perso il record
di potenza, è comunque in grado di sviluppare una
trentina di cavalli all’albero! Purtroppo, l’esemplare
provato manifestava una certa ruvidità in partenza
dovuta probabilmente all’usura del gruppo frizione
– variatore.
Ah, mi sono dimenticato di parlare degli spazi…
perché mi sono dimenticato di tutti i bagagli che
avevo con me: una ventiquattrore morbida, un casco integrale,
un paio di scarpe appena acquistate ed una cerata hanno
trovato posto nel bagagliaio sottosella, dalla forma estremamente
regolare; una bottiglietta d’acqua, i guanti ed
un’altra cerata sono finiti nel cassetto del retroscudo,
grande quanto quello di un’auto; negli altri due
piccoli vani ho lasciato un pacchetto di fazzoletti, il
cellulare e i documenti di bordo. Sotto questo aspetto,
il Burgman 400 non è secondo a nessun altro scooter,
neppure al “grande fratello” di 650.
IN VIAGGIO
Tutta questa abbondanza di spazio, unitamente al grande
comfort, invita ad impugnare il manubrio e ad evadere
dalle mura cittadine, per godersi una domenica di sole
sulle Alpi lombarde e svizzere.
Parto alle 9.30 in dolce compagnia, attraversando una
Milano ancora insonnolita, percorro Viale Fulvio Testi
e quindi proseguo sulla superstrada Milano-Lecco, ineludibile
trasferimento veloce per chi vuole raggiungere il Lario
dal capoluogo Lombardo.
Su questo percorso ho modo di saggiare il comportamento
sul veloce del grosso scooter nipponico: il Burgman 400
se la cava bene, proteggendo al meglio il pilota e risultando
sempre stabile sul dritto; è però sensibile
al trasporto di un passeggero, in quanto la posizione
rialzata, inevitabile contropartita per ottenere un vano
enorme in presenza di una sella pilota bassa, espone il
secondo all’offensiva dell’aria, che, oltre
i 130 Km/h comincia a sollevare qualche protesta; questo
aspetto provoca un lieve sbilanciamento dei pesi ed un
peggioramento aerodinamico, che si traducono in un alleggerimento
dell’anteriore, e, conseguentemente, in una tendenza
ad allargare le traiettorie sui curvoni affrontati a gas
spalancato. Tuttavia, è importante precisare che
non si verifica mai nulla di preoccupante e tutto rimane
sempre sotto controllo, perché il Burgman è
sì veloce e potente, ma non ha prestazioni esagerate
che possano mettere in crisi la tenuta di strada; insomma,
si può tranquillamente affermare che l’equilibrio
motore-ciclistica è adeguato alla categoria del
veicolo, rendendo il Burgman 400 uno dei monocilindrici
più idonei a percorrere autostrade e superstrade.
Soddisfatto per aver messo alla frusta il destriero, esco
a Varenna e percorro il lungolago
lariano, solare ed invitante come una riviera marittima.
Ma non ci è consentito indugiare e, in breve, ci
ritroviamo a Colico, per poi
percorrere la lunga e ampia Valtellina fino a Bormio;
da lì comincia la salita che conduce al Passo
dello Stelvio, che mette in comunicazione la Lombardia
con l’Alto Adige.
Il Burgman si trova a proprio agio anche in questo ambiente,
a lui apparentemente poco congeniale (questo è
il terreno di caccia di Monster e Hornet), rivelandosi
agile sui tornanti, facile da condurre e rapido nel riprendere;
solo quando l’altitudine comincia ad essere davvero
elevata e la pendenza molto accentuata, si desidererebbe
una manciata di cavalli in più.
Dopo una sosta di un’ora e mezza per rifocillarci
ed ammirare il panorama, ci rimettiamo in marcia, ripercorrendo
in discesa la strada che conduce al passo: è stata
un’occasione propizia per mettere alla prova i freni,
che si sono rivelati sempre sufficientemente potenti e
poco inclini al bloccaggio, come ci è capitato
di verificare in una frenata d’emergenza provocata
da una monovolume a due ruote (una Honda Goldwing) che
saliva il passo incurante della propria mole e dell’angustia
della sede stradale.
Giunti ai Bagni di Bormio, imbocchiamo la strada provinciale
che percorre l’incantevole Valdidentro e, in breve,
ci ritroviamo ad affrontare il Passo
del Foscagno e, poco dopo, il Passo
d’Eira, che ci conduce direttamente a Livigno.
Una sosta di un’oretta è appena sufficiente
per visitare questa bella cittadina posta al centro della
valle omonima e per prendere un po’ di sole ad un
tavolino di un caffè; poi ci rimettiamo nuovamente
in marcia verso la Svizzera, superando il Passo
del Bernina, la cima montuosa più alta della
Lombardia.
A Sainkt Moritz la raffinatezza dell’architettura
si sposa con le linee del Burgman, che sembra essere tornato
nel suo ambiente di origine: quello di un elegante centro
urbano.
Ormai si è fatta sera ed è ora di prendere
la strada del ritorno: costeggiamo i laghi fiabeschi dell’Alta
Engadina e ci troviamo senza accorgercene al Passo
Maloja; di lì percorriamo una discesa con
molti tornanti, che mettono nuovamente alla prova il valido
impianto frenante.
Rientrati in Italia, e giunti a Chiavenna, seguiamo le
indicazioni per Colico, dove imbocchiamo la superstrada
che costeggia tutto il lago e, dopo aver attraversato
la Brianza, termina a Monza per proseguire come strada
a largo scorrimento fino al centro di Milano.
Tornati a casa, ci rendiamo conto di non essere affaticati
e di non avvertire alcun indolenzimento: il notevole confort,
unitamente all’elevata capacità di carico,
alle prestazioni brillanti ed ai consumi contenuti, ci
avrebbero permesso di riprendere la marcia il giorno successivo;
ed invece, l’indomani mi ritrovo a muovermi in mezzo
al traffico urbano, dove il manubrio leggero e la sella
bassa mi consentono un notevole disimpegno, a testimonianza
del carattere assolutamente poliedrico dello scooterone
“medio” della casa giapponese.
Testo: Fabio
Scotti
Foto: Fabio Scotti,
Fabrizio Villa
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